Il Risorgimento è nato in Calabria: ma è un segreto

Corso Umberto, Corso Cavour, Via Amedeo d’Aosta… Via Trento. Triste, Gorizia, persino Vigevano. Ma che ci fanno tutti queste vie, in Calabria, se hanno nomi che poco o nulla ci dicono. Nemmeno del Risorgimento, quel Risorgimento che – leggiamo in un articolo apparso sul Garantista – “è nato in Calabria”. Ce ne sarebbe da dire, ce ne sarebbe da scrivere. Per ora ci fermiamo qui, ripubblicando l’articolo di Ilario Ammendolia apparso il 2 ottobre scorso sul quotidiano diretto da Piero Sansonetti. Eccolo.

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Il 2 ottobre del 1847 cinque giovani patrioti italiani venivano fucilati a Gerace.(RC). Non troverete la loro storia nei libri di scuola. E’ una delle tante storie “rubate” alla Calabria.

Nei libri trovano un giusto posto tutti i fatti che dettero vita al “Risorgimento” italiano: Brescia, “leonessa d’Italia”, Milano delle “cinque giornate”.

Venezia, eroica che ha ceduto solo quando: “il morbo infuria , il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”.

Il “Balilla”, Pietro MiccaTito SperiSantorre di SantarosaDaniele ManinEnrico TotiSilvio PellicoPiero Maroncelli e i fratelli Bandiera, erano martiri e miti della nostra adolescenza .

Noi calabresi invece eravamo un popolo senza storia. Così avevano deciso le classi dirigenti italiane e calabresi.

Eppure Michele BelloPietro MazzoniGaetano Ruffo , Domenico Salvadori , Rocco Verduci tutti della Locride, sono morti sui vent’anni, all’alba del 2 ottobre del 1847 ed  i loro corpi martoriati sono stati gettati nella fossa comune detta della “Lupa”.

In quei tempi non c’era ancora la ‘ndrangheta ma c’erano già i processi sommari.

E con un processo sommario, e notturno, i magistrati militari li avevano condannati a morte mentre altri patrioti furono condannati a scontare anni di galera…

I giovani erano accusati di esser stati i capi d’una rivolta che il 3 settembre di quello stesso anno era partita dalla zona di Bianco(RC) spostandosi verso Catanzaro. Sventolavano il Tricolore al grido “W l’Italia, W la CostituzioneW Pio IX”. Negli stessi giorni Domenico Romeo di Santo Stefano di Aspromonte, a capo di una colonna di armati, entrava a Reggio Calabria issando il Tricolore sul castello aragonese.

Appartenevano alla piccola borghesia rurale, ed a Napoli erano entrati in contatto con i fermenti politici e culturali dell’epoca. Respirarono ed assorbirono idee di democrazia, di libertà, di progresso. L’Ideale dell’Italia unita.

I “moti” calabresi anticiparono di un anno il grande movimento rivoluzionario che avrebbe fatto tremare le monarchie assolute con il “Quarantotto”.

Per una volta tanto la Calabria anticipava quello che poi sarebbe successo in Italia ed in Europa.

Prima che Milano scrivesse col sangue la storia delle  “cinque giornate”, prima che Brescia diventasse la “Leonessa” la Locride si muoveva per l’Italia e per la Costituzione e cinque ragazzi pagavano con la vita il loro ardimento.

Partirono in pochi diventarono centinaia. Formarono una specie di governo provvisorio che abolì le leggi più odiose che erano in vigore nel regno di Napoli: la tassa sul macinatoil divieto di prelevare acqua dal mare,l’imposta su generi di prima necessità e sui sali e tabacchi.

Non si macchiarono di violenze. Lo stesso sopraintendente all’ordine pubblico nel distretto di Gerace,Bonafede, sebbene catturato non subì violenza alcuna.

Il 6 settembre si diffondeva la notizia che a Messina la rivolta era stata repressa sul nascere e che a Reggio le cose si mettevano male: Domenico Romeo, animatore della rivolta, veniva decapitato.

Contemporaneamente i rivoltosi apprendevano che una spedizione agli ordini del generale Nunziante stava per sbarcare nella Locride.

Non c’erano le condizioni per resistere. I volontari furono congedati ed i capi della rivolta si diedero alla macchia. Dopo pochi giorni furano catturati, quindi processati e fucilati.

Nella maestosa cattedrale normanna di Gerace, durante una funzione religiosa, seguita alla fucilazione, il vescovo della diocesi, monsignor Perrone, ebbe ad esultare per la morte dei cinque giovani, pronunciando le terribili parole: ” Moestitia nostra conversa est in gaudium”!!!

La trepidazione dei giorni della rivolta si era trasformata in gioia per l’esecuzione dei cinque giovani. In questa frase del vescovo c’è tutta la codardia e la mancanza di dignità delle classi dominanti in Calabria. Quelle stesse classi che dopo la l’Unità d’Italia si trasformarono da borboniche in savoiarde pur di restare a galla.

Perché i cinque martiri di Gerace non hanno trovato posto nella storia del Risorgimento? Per lo stesso motivo per cui anni più tardi liquideranno con la parola “brigantaggio” il movimento di “Resistenza” popolare che sé sviluppato nel Sud contro la tirannia delle vecchie classi dirigenti che cambiando casacca erano divenutialleati dei Savoia.

Per lo stesso motivo che ci fu vietato di raccontare e persino di ricordare le nostre case incendiate, i raccolti distrutti, le donne stuprate, i contadini fucilati.

Può sembrare incredibile, ma la continuità dello Stato ha superato i secoli e segue ancora la stessa traiettoria: un “blocco d’ordine” garante di una lunga oppressione e che ha sempre un solo nemico: il popolo calabrese.

Gli sconfitti non hanno storia. La sconfitta della Calabria, già duramente provata dal terribile terremoto del 1783, inizia già in quegli anni.

Non eravamo terra per “vedette lombarde”. Il nostro posto nel libro “Cuore” che ha formato intere generazioni era quello del “ragazzo calabrese” timido e taciturno perché figlio di emigranti.

Abbiamo raccontato la storia dei cinque martiri per dimostrare, qualora ce ne fosse bisogno, come noi calabresi siamo stati collocati ai margini della storia da un blocco di potere subalterno allo Stato centrale.

Così noi, nella storia d’Italia vi entreremo solo come crudeli briganticome emigranti, ed oggi come ndranghetisti.

Il nostro impegno è quello di operare nel presente per creare il futuro ma contemporaneamente dobbiamo rivisitare la nostra storia per recuperare la nostra dignità di popolo.

Author: D M