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Etica dell’affissione

Nel nostro modo di usare le parole è racchiusa una teoria dello spazio e del tempo. Ne è convinto il linguista Steven Pinker e a noi non resta che prenderne atto. Ma prenderne atto significa, appunto, muoversi verso l’azione. E allora, rovesciando l’affermazione di Pinker potremmo dire che il nostro spazio ci dice molto anche o soprattutto del nostro modo di usare le parole. Le parole e – viene da aggiungere – le immagini.

Ciò che traspare dai manifesti – immagini e parole – che con i loro colori sbracati, i faccioni sorridenti, le promesse in corpo 72 hanno invaso ogni spazio praticabile di Cosenza è proprio la domanda: che cosa veicolano? Che cosa comunicano? Che cosa suscitano?

Personalmente direi che suscitano disgusto. Disgusto perché veicolano un “nulla pieno di niente” che punta a un unico scopo: saturare ogni spazio, lecito o abusivo che sia.

Come se alla base vi fosse un horror vacui a cui, al contrario, omeopaticamente, dovremmo contrapporre l’horror pleni. Fanno orrore, le nostre strade piene – per l’ennesima volta piene – di queste affissioni abusive a priori, perché esteticamente incompatibili sia con la responsabilità che ogni parola comporta, sia con l’attenzione che ogni immagine richiede. Tradire l’attenzione di chi guarda non è meno grave che tradirne la fiducia per mezzo di parole.

Dal nostro piccolo laboratorio abbiamo tentato altro: comunicare altro, sfiorando “ciò che è invisibile agli occhi”, ma comunicarlo con una campagna a impatto zero, su carta riciclata e con una “milizia” di ragazzi che si occuperanno di recuperare tutto ciò che abbiamo affisso o distribuito.

Il 23, poi, pianteremo 10 alberi: un gesto simbolico, ma concreto. Se ogni candidato ci seguisse in questo avremmo migliaia di alberi in più. Non si può solo chiedere, bisogna saper dare. Ne siamo capaci? Non spaventi la parola milizia. Qui la prendiamo nel senso datole dal federalista Carlo Cattaneo: “la società è una milizia”. E noi militiamo per la società, per la sua bellezza. Non è uno slogan, è un altro modo per declinare la nostra comune responsabilità verso lo spazio che abitiamo e che ci abita.

Author: D M